Il camperista, nell’immaginario di molti, arriva con il frigorifero pieno, occupa un parcheggio, apre la porta e non lascia un euro sul territorio. È un’immagine dura a morire. Peccato che, quando il turismo itinerante lo si fa davvero, la realtà sia molto meno comoda da infilare in uno slogan.
Si arriva in un paese e si fa colazione al bar. Si compra il pane, magari qualche prodotto locale, si entra in un museo o in un castello, si prende un autobus per raggiungere il centro, si cena fuori, si fa rifornimento, si compra una bombola, un ricambio, una confezione di acqua o una bottiglia di vino. A volte si paga un’area sosta, altre volte un campeggio, altre ancora si usa semplicemente un parcheggio regolare e si spende tutto il resto direttamente nel territorio.
Chi viaggia in camper non spende necessariamente nello stesso modo di chi dorme in hotel. Ma da qui a considerarlo un turista che “non porta nulla” ce ne passa parecchio.
E forse, prima di mettere una sbarra a due metri, varrebbe la pena chiedersi quanto vale economicamente l’equipaggio che quella sbarra sta mandando nel Comune vicino.
La Germania ha fatto una cosa semplice: ha contato davvero il turismo itinerante
Uno degli spunti più interessanti arrivati dal Caravan Salon Düsseldorf 2026 non riguarda un nuovo camper, una batteria o un accessorio. Riguarda i soldi.
Il dwif, l’istituto tedesco che studia l’economia del turismo, ha aggiornato l’analisi sull’impatto economico del caravaning in Germania. Il risultato è difficilissimo da liquidare come una curiosità di settore: nel 2025 il turismo in camper e caravan ha generato quasi 23 miliardi di euro di fatturato per l’economia tedesca.
Non è tutto. Nello stesso anno sono stati registrati circa 56 milioni di pernottamenti nei campeggi e altri 20 milioni nelle aree di sosta. E soprattutto circa 7,8 miliardi di euro sono finiti direttamente nelle destinazioni visitate: ristorazione, commercio, attività per il tempo libero e servizi locali.
È questo il numero che ci interessa di più.
Perché i 23 miliardi comprendono un ecosistema più ampio: viaggio, veicoli, attrezzatura, servizi e tutto ciò che ruota attorno al caravaning. I 7,8 miliardi che restano direttamente nelle località visitate, invece, raccontano qualcosa di molto più vicino alla discussione che facciamo ogni volta che un Comune decide se accogliere o scoraggiare i camper.
Non trasformiamo 23 miliardi tedeschi in una moltiplicazione italiana
La tentazione sarebbe facile: prendere i numeri tedeschi, confrontare popolazione, presenze o numero di camper e calcolare quanto “dovrebbe valere” il turismo itinerante in Italia. Non lo faremo.
Sarebbe un conto seducente e probabilmente sbagliato.
Germania e Italia hanno strutture turistiche differenti, parchi circolanti differenti, stagionalità diverse, infrastrutture diverse e soprattutto metodi di raccolta dei dati che non coincidono. Anche le categorie usate negli studi non sono sempre sovrapponibili.
La cosa interessante dello studio tedesco non è quindi usarlo come una calcolatrice per inventarsi il “numero italiano”. È usarlo come modello di ciò che dovremmo misurare anche qui.
Quanto spendono i camperisti nelle destinazioni? Quanto finisce in ristoranti e bar? Quanto nel commercio locale? Quanto in cultura, trasporti, carburante e servizi? Quanto vale una piazzola aggiuntiva per un piccolo Comune? Quanto ritorna economicamente un’area sosta ben collocata?
In Germania queste domande vengono affrontate come problema economico. In Italia troppo spesso si finisce ancora a discutere soltanto di quanti metri occupa un camper.
In Italia i numeri sul turismo itinerante ci sono, ma raccontano pezzi diversi della storia
Il settore italiano dell’open air non è affatto marginale. Nei materiali 2026 del Salone del Camper il giro d’affari del comparto viene indicato in circa 8,5 miliardi di euro. Ma dentro questo numero convivono realtà diverse: campeggi, villaggi, aree attrezzate, camper, caravan e più in generale il turismo all’aria aperta.
C’è poi un dato più utile per capire la spesa sul territorio. Per il 2026 l’Osservatorio Turismo Outdoor prevede circa 68,4 milioni di pernottamenti e una spesa diretta di 5,12 miliardi di euro, pari a circa 75 euro al giorno per persona.
Nelle comunicazioni del Salone ricorre contemporaneamente un altro ordine di grandezza: circa 20 milioni di turisti itineranti in Europa, un parco di oltre 6,5 milioni di veicoli ricreazionali (nei materiali di presentazione di aprile) e una spesa media giornaliera “poco inferiore a 200 euro” per equipaggio di due persone.
I due numeri non vanno sommati né messi meccanicamente uno contro l’altro: descrivono perimetri e unità di misura differenti. Ed è proprio questo il punto. Dire “il camperista spende 200 euro al giorno” fa effetto; per costruire una politica turistica serve sapere chi stiamo contando, quante persone compongono l’equipaggio, quali spese sono comprese e soprattutto quanto denaro rimane davvero nella destinazione.
È qui che il modello dwif diventa interessante per l’Italia: non per importare il risultato tedesco, ma per importare il metodo.
Il nostro contaeuro, per dire
Il contachilometri lo guardano tutti. Noi teniamo d’occhio anche il contaeuro, e nell’ultimo viaggio segnava così: quindici giorni in Spagna, dai Paesi Baschi alla Galizia lungo la costa atlantica e poi giù fino a Barcellona, duemilacinquecento chilometri, in due; per dormire 29,50 euro in tutto, quasi sempre in aree comunali gratuite. Tutto il resto, quasi duemila euro senza contare i vizi, è rimasto lungo la strada: supermercati, bar, ristoranti, distributori, una lavanderia, e un gommista di provincia a cui una foratura ha lasciato 270 euro che senza quel viaggio non avrebbe mai visto. Un equipaggio solo non fa statistica. Ma fa capire dove finiscono i soldi quando il letto te lo porti dietro.
Una cosa che a Parma sentiamo dire da anni
Chi segue il Salone del Camper di Parma sa che il tema non è nuovo (la nostra guida al Salone 2026 è qui). Nelle conferenze inaugurali torna puntualmente il valore del turismo itinerante per i territori, spesso alla presenza di ministri, amministratori e istituzioni.
Si parla di destagionalizzazione, di borghi, di aree interne, di turismo lento, di redistribuzione dei flussi e della possibilità di portare visitatori fuori dalle solite città d’arte sovraccariche.
Ed è un ragionamento corretto.
Nella comunicazione del Salone 2026 il tema è addirittura esplicito: l’open air come “risposta naturale all’overtourism” e come leva per allungare la stagione.
Il punto è che questo discorso funziona soltanto se poi scende dal palco e arriva nei territori.
Perché se a livello nazionale diciamo che il camper può aiutare i piccoli centri, ma a livello locale il primo intervento è impedire fisicamente l’accesso del mezzo, qualche pezzo della strategia non torna.
Il camperista non è un cliente d’hotel. E non deve esserlo
Una delle obiezioni più frequenti è semplice: chi dorme in camper non paga una camera d’albergo.
Vero.
Ma il ragionamento si ferma troppo presto.
Il turismo itinerante ha una struttura di spesa diversa. Una parte del budget che in una vacanza tradizionale finisce nell’alloggio viene redistribuita altrove. Ristorazione, commercio, prodotti tipici, attività, musei, carburante, manutenzione, trasporti locali, ingressi, mercati e servizi.
Non ogni equipaggio spende molto. Esattamente come non ogni turista in hotel mangia tutte le sere in un ristorante stellato.
La domanda corretta non è quindi se il camperista spenda come il cliente di un quattro stelle. È quanto valore aggiuntivo genera in un luogo nel quale, senza la possibilità di fermarsi, probabilmente non sarebbe arrivato affatto.
Questo è particolarmente importante per borghi, aree rurali e destinazioni fuori dai circuiti di massa. Una camera d’albergo vuota in un paese non diventa più piena perché abbiamo vietato la sosta a un camper. Molto più semplicemente, quel camper potrebbe andare altrove.
La mobilità del camperista è il suo difetto. Ma anche il suo valore
Un equipaggio in camper ha una caratteristica che dal punto di vista di un Comune può essere vista come problema: può andarsene molto facilmente.
Non ha prenotato una settimana. Non ha pagato un albergo non rimborsabile. Se trova un parcheggio inutilmente ostile, un divieto poco comprensibile o una situazione scomoda, mette in moto e cambia destinazione.
Dal punto di vista turistico, però, è esattamente questa mobilità che permette al camper di portare visitatori in luoghi che non hanno una grande capacità ricettiva.
Non servono centinaia di camere. Non servono resort. A volte bastano dieci o venti stalli ben progettati, un camper service, indicazioni chiare e un collegamento decente con il centro.
Il camper si porta dietro il letto. Il Comune deve dargli un motivo per aprire il portafoglio fuori dal mezzo.
Le aree di sosta non sono beneficenza ai camperisti
Anche in Italia qualcosa sta cambiando. Nel settembre 2025 il Ministero del Turismo ha finanziato 152 progetti in 170 Comuni per la creazione o riqualificazione di 4.464 piazzole, con un investimento pubblico di circa 25,76 milioni di euro.
La parte più interessante, però, è nelle stime economiche associate al programma: il Ministero prevede circa 267 milioni di euro di ricavi annui nella fase di gestione e un impatto economico complessivo di lungo periodo superiore a 373 milioni.
Fatti due conti, 267 milioni l’anno su 4.464 piazzole fanno quasi 60.000 euro a piazzola, oltre 160 euro al giorno: o dentro c’è l’indotto, o si assumono equipaggi e tassi di occupazione che andrebbero spiegati. Non è un’accusa: è esattamente il tipo di misura che chiediamo, chiara sui perimetri.
Questo cambia parecchio la prospettiva. L’area camper non viene più trattata soltanto come parcheggio specializzato o servizio a una categoria, ma come infrastruttura turistica capace di generare ritorni economici.
La Germania, nello studio più recente, sottolinea un’altra cosa utile: il numero delle aree di sosta è cresciuto di oltre l’80% in vent’anni e queste strutture possono essere relativamente semplici e meno onerose di un campeggio tradizionale.
Non significa che ogni Comune debba costruire un’area attrezzata enorme. Significa che esiste una via di mezzo tra il campeggio completo e la sbarra.
Per un piccolo centro può voler dire pochi stalli, pagamento semplice, carico e scarico, indicazioni chiare e magari una convenzione con attività locali. Non serve trasformare ogni parcheggio in un villaggio turistico. Serve far sì che chi arriva abbia un posto corretto dove fermarsi e un buon motivo per spendere fuori dal camper.
Accogliere il turismo itinerante non significa permettere tutto
Qui conviene essere chiari. Nessuno sta sostenendo che un camper possa occupare qualsiasi spazio, aprire tendalini ovunque, scaricare dove capita o ignorare le esigenze dei residenti.
Il problema non è pretendere regole. Le regole servono, e le abbiamo raccontate più volte: quelle sulla sosta delle autocaravan, i divieti che non stanno in piedi, il fascino della sosta libera fatta bene.
E servono anche contro una cattiva abitudine che negli ultimi anni vediamo sempre più spesso tra i camperisti dell’ultima ora: trovare un’area comunale gratuita e trasformarla in una specie di seconda casa.
Un’area sosta free non nasce per permettere vacanze a costo zero per una settimana o due. Nasce per favorire il turismo itinerante: arrivi, visiti il territorio, spendi, dormi una o due notti e poi lasci posto a chi viene dopo.
Non esiste un limite nazionale universale di 48 o 72 ore valido ovunque, e ogni Comune può stabilire regole diverse. Ma come principio di buon senso, soprattutto nelle aree gratuite e nei periodi di maggiore affluenza, 48-72 ore sono più che sufficienti per fare ciò per cui quelle strutture dovrebbero esistere: conoscere un luogo e poi rimettersi in viaggio.
Mettere le radici per giorni occupando gratuitamente una risorsa pubblica danneggia prima di tutto gli altri camperisti. Riduce il ricambio, alimenta il malcontento dei residenti e offre l’argomento perfetto a chi vorrebbe risolvere il problema con divieti e sbarre.
Il problema nasce quando si usa il comportamento scorretto di qualcuno come giustificazione per eliminare un’intera categoria di visitatori, senza chiedersi se quella stessa categoria possa essere gestita meglio e produrre valore.
Un’area regolamentata bene è spesso la risposta più efficace anche ai problemi che vengono usati per giustificare i divieti: concentrazione disordinata, scarichi abusivi, occupazione prolungata e conflitti con i residenti.
Gestire un flusso è più faticoso che vietarlo. Ma economicamente può essere molto più intelligente.
Quanto vale il turismo itinerante per un Comune italiano? Oggi non lo sappiamo abbastanza bene
Ed è forse questo il punto più interessante di tutto il discorso.
Abbiamo dati sulla crescita del settore. Abbiamo numeri sull’open air. Abbiamo finanziamenti pubblici alle aree di sosta. Abbiamo fiere nelle quali istituzioni e industria spiegano da anni che il turismo itinerante porta valore, destagionalizza e distribuisce i flussi.
Ma manca ancora, almeno con la stessa chiarezza e continuità del modello tedesco, una fotografia nazionale capace di dire a un sindaco:
- quanto spende mediamente un equipaggio nella destinazione;
- quali settori economici beneficiano maggiormente;
- quanto tempo resta;
- quanto vale una piazzola nell’arco di un anno;
- quanto ritorna alla comunità rispetto al costo dell’infrastruttura;
- quanto turismo itinerante viene perso quando l’accesso viene scoraggiato.
È questo il salto che sarebbe utile fare.
Non serve dimostrare che il camperista sia il turista migliore del mondo. Non lo è, come non lo è nessun’altra categoria in assoluto.
Serve semplicemente smettere di trattarlo come se economicamente non esistesse.
Il punto non è amare i camper. È fare i conti
Lo studio tedesco non dice che ogni camperista sia ricco, educato o perfetto. Dice una cosa molto più concreta: sommati insieme, questi viaggiatori muovono miliardi e una quota importante di quel denaro resta direttamente nei territori.
È un approccio che ci piacerebbe vedere applicato con la stessa precisione anche in Italia.
Perché quando i numeri sono chiari, la discussione cambia. Una sosta camper smette di essere soltanto “spazio occupato” e diventa una voce di politica turistica. Un’area attrezzata smette di essere un favore a una categoria e diventa un investimento da valutare per costi e ritorni. Un piccolo borgo può decidere se vuole davvero quel flusso oppure no, ma almeno lo fa sapendo cosa sta scegliendo.
Da anni, a Parma, sentiamo spiegare che il turismo itinerante può aiutare i territori, distribuire i visitatori e allungare la stagione. È una tesi che condividiamo.
Adesso sarebbe utile fare il passo successivo: misurarlo bene, Comune per Comune, e decidere sulla base dei numeri invece che dei pregiudizi.




